IL BIKINI HA QUASI 70 ANNI, UNA LUNGA VITA CHE HA TRATTEGGIATO LE FOBIE E LE PRUDERIE DELLA NOSTRA SOCIETÀ, DALLA TRASGRESSIONE ALLA MODA.

Oggi forse fa sorridere l’esplosione di scandali e polemiche che il mitico costume da bagno scatenò alla sua prima apparizione in pubblico.
La sua etimologia non è da ricercarsi in un ipotetico prefisso che allude al fatto che sia costituito da “due” pezzi. Il famosissimo costume da bagno, composto da uno slip più o meno ridotto e da un reggiseno, venne disegnato nella primavera del 1946, da Heim, uno stilista che non ebbe la fortuna di rivendicarne la paternità, che lo chiamò “Atome”, essendo certo di avere creato un capo esplosivo come una bomba.

Poi, come un incredibile presagio, gli Stati Uniti fecero esplodere nel Pacifico proprio una bomba atomica, su di un atollo nelle isole Marshall chiamato Bikini, nel luglio dello stesso anno. Per ironia della sorte lo sfortunato Heim dovette assistere al successo di uno stilista pressoché sconosciuto, Louis Réard, che battezzò un audace due pezzi analogo al suo, proprio come “Bikini”, il 5 luglio 1946 a Parigi, in occasione dell’elezione di “Miss Nuotatrice”, un concorso di bellezza allestito a bordo di una piscina. E lo scandalo esplose davvero, con proporzioni amplificate dal grave episodio di guerra.

Ben presto lo Star System hollywoodiano se ne impossessò, inducendo le dive in erba a posare in bikini per attirare l’attenzione dei paparazzi. La moda del bikini si diffuse e anche le spiagge di casa nostra si affollarono di giunoniche bellezze, le cui forme burrose si incastonavano alla perfezione nelle corazze di tessuto pesante o di lana, realizzate dalle bustaie e dalle sartine, togliendo il sonno a quanti erano abituati a vedere bagnanti agghindate con mise ingombranti e spesso ridicole.
marilyn_full_modartechLe nostre maggiorate sfidarono quindi il comune senso del pudore della piccola Italia bacchettona di fine guerra con i loro ingenui completi che scoprivano pochi centimetri di ventre, bersaglio dei severi vigili che limitavano a suon di contravvenzioni l’esibizione delle forme. (Il bikini in Italia negli anni Cinquanta era infatti regolamentato da una sorta di legge “suntuaria” che vieta di mostrare l’ombelico).

Tutto cambiò con l’introduzione della Lycra negli anni Sessanta, che accrebbe le possibilità di produrre bikini più confortevoli, aderenti e soprattutto con tempi di asciugatura più veloci. Da allora il bikini cambiò aspetto, assecondando stagione dopo stagione i capricci della moda, con la costante caratteristica della riduzione progressiva del tessuto impiegato. Il reggiseno si ridusse ai minimi termini, così come lo slip, fino a coprire lo stretto indispensabile, con la complicità di stringhe sempre più sottili e materiali sempre più leggeri.

Questo affascinante percorso di reiterate sottrazioni di tessuto esasperò l’inveterata attitudine femminile alla provocazione scoprendo sempre più il corpo, come la moda del topless (chiamato erroneamente “monokini” usando la falsa etimologia del termine originario) o del tanga. Ma questa è un’altra storia…