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Il sistema moda della Ile de France
Come si è già detto in riferimento al sistema moda della Lombardia, l’analisi del sistema moda della Ile de France è complementare e strumentale rispetto a quella svolta in Toscana. Si è però ritenuto di fare cosa utile fornendo al lettore alcuni elementi strutturali aggiuntivi a quelli descritti per la Lombardia. Questa è la ragione per cui l’analisi della competitività del caso parigino è stata condotta con strumenti di indagine in parte differenziati. Le informazioni riportate sono state desunte oltreché da fonti ufficiali disponibili, da interviste effettuate ad un panel di testimoni privilegiati cui è stato chiesto di illustrare punti di forza e di debolezza dell’industria nazionale della moda, con particolare riferimento all’area di Parigi. Il caso francese presenta innumerevoli diversità rispetto a quello toscano ed anche su questo il suo esame offre la possibilità di valutare non solo le potenzialità competitive del sistema moda toscano nei confronti dei concorrenti francesi, ma anche l’opportunità di riflettere su sentieri di sviluppo su cui una parte rilevante dell'industria europea sembra essersi avviata. I poli di specializzazione e le caratteristiche strutturali del sistema Tutti i comparti del sistema moda da noi presi in considerazione si concentrano in modo consistente nell’area di Parigi o comunque nell’Ile de France. In Francia, tuttavia, esistono vari altri poli produttivi soprattutto nelle regioni: Rhone Alpes, Pays de la Loire, Nord Pas de Calais (tabella 124). Tabella 124. Addetti al settore dell’abbigliamento (valori in migliaia) Fonte: Grau (1996) 1. alcuni comparti del sistema (in particolare, l’abbigliamento, la pelletteria e la maglieria) si caratterizzano per la presenza di una forte “polarizzazione”: da un lato, le “grandi case” e, dall’altro, piccolissime imprese (al di sotto dei 10 addetti) che producono o per fasce di mercato medio-basse o in conto terzi per le prime; 2. nel caso della pellicceria, è netta la prevalenza della piccola dimensione di impresa. Le unità produttive di classe dimensionale compresa tra i 20 e i 40 addetti sono, infatti, in tutta la Francia, circa un centinaio. Le altre imprese del settore sono tutte al di sotto di tale soglia dimensionale. Anche in questo caso, tuttavia, nella fascia alta del settore, la concentrazione è elevata: le prime 4 imprese del comparto producono da sole il 59% del fatturato totale; le prime 10 l’80% della produzione complessiva e l’89% del fatturato export; 3. nel settore calzaturiero, invece, la distribuzione delle imprese per classe dimensionale risulta leggermente più omogenea che negli altri comparti. Va sottolineato, infatti, che le prime 50 imprese del settore producono il 40% del fatturato complessivo ed hanno, mediamente, più di 200 addetti. Oltre il 60% delle unità produttive ha invece una dimensione occupazionale medio-piccola, ma questa generalmente non scende al di sotto dei 20 addetti. Il settore dell’abbigliamento merita un approfondimento particolare perché in esso operano tre diverse tipologie di impresa: (i) i “donneurs d’ordres” che commissionano a sub-fornitori le fasi produttive e si occupano esclusivamente della progettazione e della commercializzazione dei prodotti; (ii) i “sons-traitants façonniers”, cioè i sub-fornitori conto/terzisti; (iii) i “confectionneurs” che sono, invece, imprese verticalmente integrate. L’abbigliamento, inoltre, risulta un caso peculiare anche a causa dell’esistenza e della rilevanza del Sentier, un quartiere di Parigi dove si concentrano migliaia di piccole imprese, per lo più specializzate nel prét a portér femminile (al Sentier spetta il 10% della produzione francese del settore tessile-abbigliamento e il 40% del prét a portér femminile). Qui si registrano elevati tassi di nati-mortalità ed un elevato turn-over (la maggior parte delle imprese non ha più di 10 anni); si verificano inoltre numerosi casi di irregolarità (evasioni fiscali, condizioni di lavoro irregolari, impiego di immigrati clandestini, ecc.). I mercati di sbocco I mercati di sbocco dell’industria francese della moda sono prevalentemente costituiti dai paesi dell’Unione Europea, dagli USA, dal Canada e da mercati orientali (soprattutto Giappone e Hong Kong). Le tendenze evidenziate sono verso un incremento delle esportazioni dirette ai paesi dell’est (nel caso della pellicceria), asiatici, medio-orientali e dell’America latina (nel caso dell’abbigliamento). In generale, tuttavia, vengono considerate in crescita soprattutto le esportazioni verso l’Asia perché si ritiene in declino il predominio di cui, su tale mercato, hanno finora goduto l’Italia e la Germania. Da rilevare, inoltre, che il rapporto esportazioni/importazioni, molto alto nel caso della pelletteria (149%), è fortemente diminuito nel caso dell’abbigliamento (104% nel 1990, 59% nel 1993). Viene sottolineato, infine, che le esportazioni sono prevalentemente costituite, al contrario di quanto accade per le vendite sul mercato interno, da prodotti destinati a fasce di mercato medie e medio-alte. L’organizzazione produttiva e le conseguenze della delocalizzazione Il dato più interessante emerso con riferimento all’organizzazione produttiva è costituito dal fatto che in quasi tutti i comparti del sistema moda si è registrato, negli ultimi 10-15 anni, un fortissimo decentramento produttivo verso paesi esteri (prima verso il Portogallo, poi verso i paesi del Maghreb, dell’Europa dell’Est e infine verso il Madagascar). I testimoni contattati sottolineano, però, che il traffico di perfezionamento passivo (TPP) sta ormai diminuendo perché al decentramento produttivo si stanno sostituendo in modo sempre più consistente scelte di delocalizzazione (cioè di investimenti produttivi diretti all’estero). Le cause di questa spinta tendenza al decentramento produttivo all’estero, prima, e alla delocalizzazione, poi, sono diverse: 1. la crescente concorrenza di prezzo da parte dei paesi asiatici (sulle fasce di mercato medio-basse) e di altri paesi europei, con valute più deprezzate, sulle fasce medio-alte (al riguardo, gli intervistati sottolineano che gli effetti più devastanti della concorrenza si sono avuti nelle aree specializzate in produzioni destinate alla fascia medio-bassa del mercato - ad esempio, la regione Midi Pyrenée - dove si è assistito al quasi totale azzeramento della produzione locale); 2. l’assenza di politiche esplicitamente finalizzate al sostegno dell’industria della moda e del “made in France”; 3. le caratteristiche strutturali dei comparti del sistema moda, dove, come già detto, è forte la presenza della piccola impresa che generalmente risulta, anche in Francia, poco innovativa. Gli intervistati sottolineano che l’innovazione tecnologica, di processo o di prodotto, è consistente solo nelle imprese maggiori o in quelle che producono in conto terzi per le grandi case o per stilisti famosi. In tutti gli altri casi, nel corso degli ultimi anni, l’adozione di innovazioni e l’attività di investimento in macchinari sono state estremamente contenute. Le uniche eccezioni sono costituite dal comparto della maglieria e da quello delle calzature che, nel corso degli anni ‘90, hanno realizzato consistenti investimenti in macchinari (in particolare nella maglieria donna) e introdotto rilevanti innovazioni di processo (CAD e taglio laser nelle calzature); 4. il tipo di specializzazione produttiva prevalente in alcuni comparti (si pensi ad esempio, al prét a portér) che non ha messo l’industria locale al riparo dalla concorrenza di prezzo dei paesi a più basso costo del lavoro (tabella 126) perché, in tali tipi di produzioni non è importante tanto l’innovazione, quanto piuttosto la creatività che può derivare anche da fenomeni di imitazione/adattamento. Tabella 125. Costo orario del lavoro nell’industria dell’abbigliamento (in $ Usa, salari e benefici sociali)
Il decentramento produttivo all’estero e la delocalizzazione rappresentano, quindi, una risposta difensiva del sistema che ha peraltro consentito di recuperare margini di competitività. Tuttavia, i risultati delle interviste effettuate mettono in rilievo anche gli effetti negativi derivati dalla scelta effettuata di spostare all’estero le fasi più direttamente produttive e cioè: - la perdita di manodopera qualificata; - l’accentuata standardizzazione della produzione e la conseguente perdita di creatività; - il forte decremento occupazionale registrato dall’intero sistema. Il sostegno pubblico Come già sottolineato, in Francia, non esistono specifiche politiche pubbliche (nazionali o locali) a sostegno del sistema moda e ciò risulta del resto coerente con le scelte di politica industriale adottate a livello centrale, da sempre orientate verso il sostegno dei cosiddetti “grandi campioni”. Le Associazioni di categoria (Fédération Metiers de la Furrure, per la pellicceria; Fédération Française de l’Industrie de la Maille, per la maglieria; Fédération National de l’Industrie de la Chaussure, per le calzature; ecc.) svolgono attività di promozione e offrono, come in Italia, alcuni servizi di base. Per la pelletteria e le calzature, è stata però segnalata l’esistenza del Centre Tecnique de Cuir che opera con successo nel campo del trasferimento delle tecnologie. Va inoltre sottolineato che si registrano carenze preoccupanti dal lato della formazione professionale. L’offerta di formazione specifica per il settore moda è infatti molto ampia, ma qualitativamente eterogenea. Conseguentemente, gli intervistati sostengono che: a) la carenza di manodopera qualificata non viene adeguatamente colmata dagli istituti di formazione esistenti; b) andrebbero considerevolmente ampliate le iniziative formative rivolte agli imprenditori (che, come spesso avviene in Italia, sono generalmente molto ben preparati sugli aspetti tecnico-produttivi, ma non su quelli gestionali/organizzativi) e ai tecnici (attualmente quasi esclusivamente formati dai fornitori - per lo più stranieri - di macchinari). I problemi attuali Ai problemi già evidenziati (forte decremento degli addetti, carenza di manodopera qualificata, tendenza alla standardizzazione della produzione, forte decentramento produttivo all’estero) si aggiunge il fatto che il tipo di distribuzione prevalente (Catene Specializzate e Grande Distribuzione, tabella 127) sta inducendo le imprese a specializzarsi in produzioni destinate alla fascia medio-bassa del mercato interno. Questo naturalmente costituisce un serio vincolo allo sviluppo del sistema moda francese perché, proprio su tale fascia, è più forte la concorrenza di paesi che possono contare su un più basso costo del lavoro e su normative relative alla sicurezza del lavoro o all’ambiente molto meno rigide di quelle vigenti in Francia. Tabella 126. Ripartizione dei consumi di beni d’abbigliamento per circuito distributivo Francia (%)
La sopravvivenza delle imprese minori è inoltre minacciata dal fatto che le catene Specializzate (PROMOD, PINKIE, ETAM) o la grande distribuzione costituiscono referenti contrattualmente troppo forti che generalmente, oltre al prezzo, impongono pesanti condizioni di lavoro: un rinnovo rapidissimo dei prodotti (anche 10 volte l’anno perché esiste un sistema informatizzato di monitoraggio delle variazioni della domanda a partire dalle casse dei negozi) e tempi di consegna strettissimi (1 o 2 settimane). A tutti i problemi finora evidenziati si aggiunga, infine, il segnalato declino relativo dell’importanza di Parigi quale polo espositivo. Le imprese del sistema moda francese partecipano per lo più a fiere che si tengono a Parigi, Milano e Francoforte. Le fiere parigine più “gettonate” risultano il SEM, il MIDEC (Mode International de la Chaussure), il PAC (Présélection Articles Chaussements), il Salon du PAP Féminin e Masculin, e così via. Molti rilevano, tuttavia, che le fiere parigine non risultano sufficientemente frequentate da operatori stranieri e che “Parigi rimane un laboratorio, ma gli affari si fanno a Milano”. Punti di forza e di debolezza Da sottolineare, infine, che tra i punti di forza del sistema, a differenza di quanto rilevato sia in Toscana che in Lombardia, non viene segnalata la qualità del prodotto e vengono invece indicati lo stile, la gamma, la flessibilità produttiva ed i servizi offerti, in particolare in termini di distribuzione e di tempi di consegna. I principali punti di debolezza sono invece individuati nella già ricordata scarsa capacità innovativa delle imprese, nel rapporto qualità/prezzo e nei tempi di pagamento accordati. La domanda di lavoro Nell’area di Parigi sono state intervistete 36 imprese. Le imprese del campione sono nella quasi totalità società di capitali (responsabilità limitata, e società per azioni). Nessuna delle imprese prevede di cambiare in futuro la propria forma societaria. La loro età media è di 13 anni, la dimensione media è di 31 addetti. Il fatturato medio del 1996 è stato di 45,3 milioni di franchi, circa 13,3 miliardi di lire; esso è previsto in forte crescita per il 1997 (+17,2). Le imprese con più di una unità locale sono il 41,7% del campione; mentre appartengono ad un gruppo nazionale o internazionale il 16,7%. Anche in questo caso, come in Toscana e in Lombardia, le imprese si considerano in rapida fase di innovazione: il 66,7% dichiara di aver introdotto recentemente innovazioni di prodotto; un altro 8,3% dichiara di avere introdotto innovazioni di processo, ed il 16,7% di aver introdotto innovazioni sia di processo che di prodotto. In complesso le imprese che non hanno modificato né prodotto né processo rappresentano appena l’8,3%, contro il 32,3% della Toscana ed il 45% della Lombardia. D’altra parte il 75% delle imprese ha dichiarato di non avere affrontato spese per Ricerca e Sviluppo. Oltre l’80% delle imprese intervistate lavorano completamente in conto proprio; il restante 20% lavora esclusivamente in conto terzi. Tutte si avvalgono di subfornitori per le fasi produttive. Nessuna dichiara di avvalersi di servizi esterni diversi dalla produzione. Tabella 127. Posizionamento delle imprese francesi del campione lavoro Tutte le imprese capofila che si sono intervistate possono essere classificate nella tipologia di impresa che si è chiamata modello 1. Rispetto a quel modello le imprese parigine accentuano la caratterizzazione di imprese legate alla fase del design e dei rapporti con i mercati di sbocco e delle materie prime. Si tratta in sostanza di capofila che acquisiscono ordini, acquistano la materia prima e disegnano il prodotto demandando ad altri tutte le fasi di produzione e nella quasi totalità dei casi anche la realizzazione dei prototipi e l’ingegnerizzazione dei prodotti. Esse rappresentano di fatto l’anello di congiunzione tra i mercati di sbocco e delle materie prime, e strutture produttive più o meno complesse -che a loro volta si avvalgono di strutture di subfornitura spesso localizzate come si è visto in paesi a basso costo del lavoro-. Tutte le imprese subfornitrici possono invece essere classificate nel modello 6 visto in Lombardia: imprese che svolgono tutte le fasi del ciclo produttivo, anche quelle a maggior valore aggiunto, proponendo alla capofila un prodotto da loro interamente realizzato. Queste imprese, che hanno anche reparti produttivi interni dove vengono svolte le fasi strettamente produttive a maggior valore aggiunto - sicuramente la costruzione dei prototipi e la campionatura -, si rivolgono ad ulteriori livelli di sub-fornitura per la realizzazione della serie. La domanda di lavoro Come risulta dalla tabella 129 -i cui dati devono comunque essere considerati con moltissime cautele- le imprese intervistate nell’area di Parigi hanno creato nel 1995 0,3 posti di lavoro ogni 100 addetti. Il 1996 è stato invece un anno particolarmente positivo con 12,9 posti creati per cento addetti. Il risultato non convince completamente. E’ plausibile ritenere che la risposta generica di non avvalersi di servizi esterni riguardi fasi contigue al processo produttivo come marketing etc.; mentre in realtà continuino a usare servizi esterni per esempio per le questioni legali. * i dati si riferiscono alle 24 imprese che hanno risposto. Si tratta di un risultato che esagera una tendenza reale: una crescita modesta del numero degli occupati tra 1994 e 1995; ed una crescita più accentuata tra 1995 e 1996. Se si considera un sottoinsieme di 33 imprese della haute couture si può notare la crescita della dimensione media in termini di addetti che passa da 107,1 nel 1994, a 108,7 nel 1995, a 119,1 nel 1996. L’andamento positivo rilevato è da attribuire completamente alle imprese classificate come capofila, dato che le imprese conto terzi, sia nel 1995 che nel 1996 hanno saldo nullo tra entrate ed uscite. Tabella 129. Addetti, assunzioni, uscite, turn-over, saldo: 1995-1996, imprese francesi capofila del campione lavoro Fonte: elaborazioni Ciriec. Tabella 130. Addetti, assunzioni, uscite, turn-over, saldo: 1995-1996, imprese francesi sub-fornitrici del campione lavoro Fonte: elaborazioni Ciriec. I dati sulla previsione delle assunzioni mostrano un quadro molto più statico. La metà delle imprese prevede di assumere personale nei prossimi sei mesi, ma nella maggior parte dei casi (8 su 12 imprese) non è in grado di quantificare le assunzioni che verranno effettuate. L’altro 50% delle imprese manterrà l’organico attuale. In complesso comunque il risultato non è diverso da quello rilevato in Toscana e in Lombardia: il numero di assunzioni previste è poco meno dell’8% di quelle effettuate nel corso del solo 1996, ed i posti vacanti sono l’1,1% degli addetti. Le imprese che prevedono di assumere considerano questa decisione legata alla propria strategia - ampliamento capacità (44,4%) -, alla variazione positiva degli ordinativi (44,4%) e solo in misura minore a necessità di sostituzione di personale in uscita (11,2%). Le imprese che prevedono di mantenere l’organico stabile legano la decisione principalmente alla previsione di stabilità del fatturato (57,1%); le restanti impresesembrano avere maggiori difficoltà poiché dichiarano di non ridurre l’organico nelle condizioni di domanda attuali. Un’indicazione importante può essere ricavata dalla seguente constatazione: nessuna delle imprese che ha dichiarato di non assumere né ridurre spiega questo atteggiamento con la preferenza accordata all’esternalizzazione di fasi e funzioni. Ciò può dipendere dal fatto che il sistema di subfornitura è così stabile e strutturato da non poter offrire ulteriori elementi di flessibilità alla struttura produttiva; oppure che le imprese non considerano l’esternalizzazione uno strumento di flessibilità produttiva, poiché la loro struttura organizzativa è tale da non permetterne l’uso. L’analisi della struttura funzionale delle imprese sembra favorevole a questa seconda ipotesi: queste hanno attivato al loro interno le funzioni strategiche principali mentre la produzione è quasi completamente esternalizzata; esternalizzare funzioni strategiche potrebbe significare la perdita dei vantaggi competitivi di cui si è in possesso. |
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